
L' evoluzione di una comunità dipende da molti fattori, soprattutto, da un senso comune che sia flessibile e aperto, pronto a buttarsi nel presente e futuro a cavalcare il tempo che vive in assoluta naturalezza.
Le comunità cosi continuano la loro storia, cosi riesco a vivere e a sopravvivere senza incontrare difficoltà, più di ogni altra cosa, senza morire.
Questo è quello che avviene nelle nostre comunità?...
Non credo...anzi...
Se parli di occupazione e dici che esistono raccomandazioni, ti etichettano come qualunquista...
Se dici che chi comanda sono arrivisti e gente che non gli importa nulla di far evolvere un territorio ma soltanto di prendere e arraffare, ti definiscono irrispettoso.
Se parli di risorse non sfruttate, oppure, se a sfruttarle sono solo parti di territorio, per loschi affari, allora ti etichettano come retorico e in malafede.
A volte non è una questione di poca intelligenza ma di miopia...
Miopia qualunquista...cosi muore una comunità.
mercoledì 1 luglio 2009
Miopia qualunquista
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venerdì 21 novembre 2008
La nostra idea di pace

"La nostra idea di pace" in questi giorni e' anche nelle corsie del Centro Salam. Una babele di lingue, etnie, storie, un vociare di bambini che corrono per i corridoi facendo impazzire tutti. Eritrei, etiopi, sudanesi, centrafricani e, tra poco, sierraleonesi e ruandesi.
Il Centro Salam e' ormai in grado di effettuare quattro interventi quotidiani e l'ospedale e' in un fermento indescrivibile.
Vado a trovare Fanne', la bimba centrafricana che avevo accompagnato all'aeroporto lo scorso settembre; e' appena stata operata. Sta bene ma si muove ancora con difficolta', ostacolata dai drenaggi e dalla ferita fresca dell'operazione. Viene da un piccolo villaggio alla periferia di Bangui, parla soltanto Sango (la lingua del Centrafrica), ma il suo sorriso le e' sufficiente a farsi capire. La sua malattia e' stata scoperta per caso da un medico locale e per caso ha potuto imboccare la via del Salam.
Il Centrafrica a una bambina malata come Fanne' non avrebbe potuto offrire alcuna possibilita' di cura.
La saluto in sango: "Baramo'!". E' felice di sentire una parola a lei familiare e risponde in un arabo stentato: "Tamam" (tutto bene). E' il gioco di tutti i giorni, poi il nostro dialogo verbale si ferma qui per lasciare spazio ai gesti. Mi prende per mano e mi accompagna a fare una passeggiata per il corridoio della corsia. Saluta quelli che incontra stringendo la mano e ringraziandoli, quasi a volermi dimostrare che conosce tutti in ospedale. Con gli altri bambini ricoverati comunica a sorrisi, le basta.
Chissa' che cosa le passa per la mente, chissa' come appare questo posto a lei che proviene dal centro dell'Africa, da uno dei paesi piu' poveri del mondo dove esistono due cardiologi per quattro milioni di abitanti e nemmeno un ecografo.
La sua e' una delle mille storie di questo ospedale e ha una sola cosa in comune con tutte le altre: per Fanne' questa e' l'unica opportunita' di vita contro un destino segnato.
"La nostra idea di pace" e' tutta qui: in questo pezzo d'Africa in via di guarigione.
Per Info sul centro Salam di cardiochirurgia in Sudan clicca qui
Per sostenere le attivita' di Emergency clicca qui
Fonte: Emergency
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21.11.08
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venerdì 14 novembre 2008
Non è un paese per...giovani
(Aristotele)
I dati Istat prevedono che nel 2010 ci sarà ancora un calo dei giovani nella regione Basilicata di circa il 1,32%, che porterà la nostra regione a restare impantanata in quelle sabbie mobili che la crisi ha contribuito ad aumentare.
I giovani sono la forza più attiva e dinamica, vanno via dalla loro terra producendo, prima di tutto, un invecchiamento della popolazione che va ad intaccare il futuro e il rilancio del territorio e sul piano assistenziale.
La migrazione maggiore è quella studentesca, i fuori regione sono il quadruplo di chi studia in Basilicata. Migrazione intellettuale che è la maggiore di tutte le regioni italiane.
Questo porta con se uno sradicamento culturale senza precedenti. Chi va fuori regione dopo un acquisto conoscitivo e di esperienza non ritorna nella sua regione, per vari motivi: chi vuole partecipare alla vita sociale ed economica del proprio territorio non trova i mezzi per poterlo fare, oppure, trova ostacoli nella cosidetta "classe vecchia" che non accetta il loro inserimento, o se lo fa, lo pone marginalmente.
Il secondo fatto è quello dell'occupazione, i dati in questo caso sono inesorabili, la disoccupazione giovanile in Basilicata è del 36,6 % , contro un media del 24 % in Italia e del 18,7 % in Europa.
La politica parla dei giovani solo per cercare consensi, usando sempre i soliti termini, ma alla fine rimane tutto quanto com'è, anzi peggio.
Quello che davvero servirebbe è avere spazi per potersi inserire e portare quello che si è appreso, attraverso processi di conoscenza che sono sia accademici che di vita, figli di anni e anni di migrazione e sacrifici, per dare alla propria terra un contribbuto enorme per trainarla nella realtà che sta vivendo, svecchiandola e darle lustro e vigore. Se tutto questo viene impedito, quello che rimane è il nulla, un territorio che rimarrà sempre nella retorica, cioè, "ricco di potenziale, sfruttato malissimo"
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domenica 13 luglio 2008
Ciao "A' Gianfrà"!
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13.7.08
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martedì 10 giugno 2008
Senise è ViVa

La notizia dell'approvazione del programma speciale senisese potrebbe essere un passo importante per tutta la comunità. La cosa che però piace sottolineare è il fatto che i senisesi si siano attivati in prima persona manifestando i propri disagi non nascondendosi dietro quell'arrendevole fatalismo che troppo spesso ci ha contraddistinti.
Un plauso virtuale ma sentito va a tutti i senisesi che hanno partecipato al sit-in nella speranza che i progetti si realizzino nel migliore dei modi.
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10.6.08
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martedì 27 maggio 2008
Il mito della caverna
Sarebbe ora di voltarci e uscire dalla caverna! Nooo!?!?
Trovate un pò di tempo libero e vedetevi questo documentario dei ragazzi del meet up di Imola!
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27.5.08
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martedì 13 maggio 2008
Sepolti Vivi
Diceva Franco Basaglia: "Una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività". Ed ancora: "La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla". Il manicomio spersonalizza, annienta ogni individualità: il soggetto, privato di ogni effetto, abitudine e libertà personale, diviene un oggetto e in quanto tale viene trattato. Sarebbe invece opportuno accompagnare la persona in un processo di conoscenza e comprensione della propria soggettività per meglio viverla. Pur essendo orgogliosi di vivere nell'unico paese al mondo senza manicomi purtroppo dobbiamo continuare a parlare del manicomio usando il tempo presente in quanto non possiamo ignorare che ancora oggi anche nel nostro territorio vengano utilizzate in alcune strutture private ma anche pubbliche metodi di contenzione, pesanti terapie farmacologiche ed elettroshock. Sono trascorsi esattamente 30 anni dal 13 Maggio 1978 - data dell'approvazione della legge 180 (detta legge Basaglia) che sancì la chiusura dei manicomi - e vogliamo ricordare tutti coloro che hanno subito l'orrore del manicomio attraverso le parole di Alda Merini che come molti altri grandi artisti (Dino Campana, Vincent Van Gogh, Friedrich Nietzsche, Antonio Ligabue, Claudine Claudel, Paulo Coelho, Ernest Hemingway, Robert Schumann, David Helfgott) ha vissuto l'esperienza manicomiale in prima persona.
"Ma il giorno che ci apersero i cancelli,
che potemmo toccarle con le mani quelle
rose stupende, che potemmo finalmente
inebriarci del lor destino di fiori.
Divine, lussureggianti rose!
Non avrei potuto scrivere in quel
momento nulla che riguardasse i fiori
perchè io stessa ero diventata un fiore,
io stessa avevo un gambo e una linfa"
Alda Merini
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13.5.08
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La questione criminale? Affare del Sud, come i rifiuti
La speranza non ha un volto solo: ne ha dieci, cento, mille, centomila. Volti di ragazzi che sfilano con gioia, opponendo allegria alla cupezza di chi schiaccia il loro futuro, lo soffoca, umilia, disintegra. Volti di ragazzi che con quell'allegria urlano la voglia di libertà, la disperazione per un destino senza nulla in cui credere. La loro marcia era scandita da un elenco senza fine, rilanciato da tutti gli altoparlanti come nelle feste di paese si fa per le musichette: la cantilena ossessiva di un rosario doloroso che unisce in una catena settecentocinque nomi. Settecentocinque cadaveri, settecentocinque giusti, settecentocinque vite che si sono spente ma non piegate lottando contro la mafia: un sacrificio di massa che permetteva a quei ragazzi di marciare senza minacce. La litania dei martiri era infinita, la lista ricominciava sempre dall'inizio, come se la speranza di legalità potesse risorgere soltanto dal sacrificio, dal sangue versato per rendere fertile la terra desolata.
Neppure il miracolo di Bari ha smosso qualcosa, neanche l'ondata umana che nel segno di Libera ha riunito tanti ruscelli in unico gesto di rivolta ha dato una scossa ai media chiusi nel torpore di una quotidianità disillusa e alla politica di una campagna elettorale dove si fatica a trovare un contenuto dietro le parole. Mafia è una parola rara e banalizzata, bisogna maledirla per copione e poi dimenticarla in fretta per andare avanti con comizi che devono sempre occuparsi d'altro. Sarebbe stato meglio se mafia fosse stato un termine pericoloso, di quelli che fanno da calamita all'odio, una parola che si fa carne viva di impegno. L'hanno formattizzata, diventa un punto in scaletta, per condire l'introduzione del discorso come i saluti di circostanza. O peggio del peggio, da relegare nelle regioni meridionali.
I leader di centrosinistra e centrodestra non se ne sono occupati? - mi è stato risposto solo pochi giorni fa -, ma lo faranno più avanti, quando arriveranno nel Sud, lo faranno a Napoli quando chiuderanno la campagna. Lo faranno a sud, come per i rifiuti più velenosi che nessuno sa dove buttare e si mandano a inquinare una terra contaminata e condannata. Lo faranno a sud, come se la potenza della criminalità organizzata non riguardasse il nord, come se la ricchezza dei traffici mafiosi non arricchisse le banche padane o se i voti manovrati dai padrini non condizionassero i palazzi romani. Il perimetro del problema agli occhi della politica si è ristretto da piaga planetaria ad affare locale: come se i Kalashnikov avessero sparato e ucciso a Duisburg per una lite di campanile o i casalesi colonizzassero Aberdeen per imparare meglio l'inglese.
'Ndrangheta, camorra e mafia, anzi, come le chiamano gli affiliati, Cosa Nuova, Sistema e Cosa Nostra sono oggi più di ogni altro il 'potere forte'. Quello che controlla direttamente un terzo del paese, quello che è infiltrato in tutto il territorio e ha facoltà di condizionare indirettamente interi settori dell'economia - i trasporti, gli ospedali, i subappalti edili, le catene di supermercati, la produzione tessile, il comparto agricolo, l'industria alimentare, le candidature dei primari, la distribuzione di benzina, i centri commerciali - come un cancro le cui metastasi si sono già diffuse in ogni parte d'Italia e persino d'Europa.
Il potere che decide con quale parte politica schierarsi, quello capace ormai da decenni di sottomettere la politica dei propri territori d'origine e persino di quelli d'investimento al punto di non avere più bisogno di accedere a coperture di livello superiore. Le mafie oggi possono farne a meno perché si sono fatte più ciniche, più realistiche, e perché sono diventate infinitamente più potenti e indefinite, allo stesso tempo arroganti e mimetiche.
Parlarne, affrontare il problema significa rischiare di perdere un numero troppo alto di consensi, ecco perché. Così tutti si limitano a commenti di solidarietà con le vittime e gli inquirenti, complimenti alle forze dell'ordine, generici appelli alla moralità e alla lotta alle mafie. A Palermo le denunce dei commercianti per la prima volta fanno arrestare gli estorsori, è una rivoluzione che per loro merita giusto il tempo di un comunicato. E poi tutto tace di nuovo. Ma perché siano le mafie a tacere per sempre bisogna fronteggiarle senza compromessi, anche a costo di perdere le elezioni nell'immediato per 'vincere' col tempo, una ricchezza e una libertà inestimabili - la salvezza del nostro paese. L'unica che potrà non far sentire l'Italia un paese determinato dal potere criminale.
Nessuno crede che il compito della politica sia di costruire paradisi: che il fato ci scampi da questa maledizione. Nessuno può pensare che ci siano ricette taumaturgiche, che basti un po' di decisionismo e di buona volontà per risanare ciò che per decenni è stato lasciato incancrenire. Ma si smetta di trattare i cittadini come appartenenti a due tifoserie opposte che non possono far altro che scegliere fra l'una e l'altra fazione e con questo si assumono ogni responsabilità di quel che accade dopo le elezioni. Si smetta di chiedere loro con chi stanno. Inizino piuttosto i partiti a dire attraverso scelte chiare in che modo vogliono stare con i cittadini. Scelte che non siano di comodo e di compromesso, che non mirino a un rinnovamento di facciata senza il coraggio di disfarsi dei meccanismi che portano in cambio voti sicuri. Inizino pure dalla fine, se non hanno altro da dire prima.
Walter Veltroni sarà a Napoli, pochi giorni prima del voto, lì sappia trovare parole che nessun cittadino e nessun mafioso possano mai dimenticare.
di Roberto Saviano
(articolo del 20 Marzo 2008)
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13.5.08
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venerdì 9 maggio 2008
Peppino Impastato, un’idea della politica

Prima di essere ucciso, trent’anni fa, Peppino Impastato tracciò un’idea della politica libera, pulita, affrancata dai poteri forti e dalle insidie sanguinarie delle mafie d’ogni tipo. Quell’idea era destinata ad ottenere un piccolo ma convinto consenso tra gli elettori del comune mafioso di Cinisi, che lo avrebbero eletto consigliere comunale. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, mentre a Roma si allestiva l’assassinio politico di Aldo Moro, e a Cinisi la campagna elettorale ferveva, i mafiosi al servizio del sistema politico locale decisero che Peppino impastato in quell’aula consiliare non sarebbe entrato mai.
In quell’aula avrebbe portato le denuncie lanciate da Radio Aut contro la finta opposizione di certi comunisti. Le ansie dei contadini privati dei campi per ampliare l’area dell’aeroporto di Punta Raisi. Le violazioni urbanistiche. Insomma, avrebbe lottato contro le “mani sulla città”. Avrebbe indicato nomi e cognomi di chi allungava quelle mani rubando futuro, prospettive, libertà ai giovani siciliani.
Spiega una nota del centro di documentazione Peppino Impastato, dalla quale traspare la penna di quell’intellettuale raffinato ed incazzato che è Umberto Santino: “Peppino ha attraversato il suo percorso politico in quelle formazioni della ‘sinistra rivoluzionaria’ nate prima e dopo la contestazione del ’68. Dai gruppi marxisti-leninisti alla campagna elettorale per il Manifesto, a Lotta continua, alla candidatura alle elezioni comunali come Democrazia Proletaria”.
Insomma, Peppino Impastato nella “sua scelta del comunismo rifuggiva dalle dittature burocratiche del socialismo reale e si fondava sull’eguaglianza, il soddisfacimento collettivo dei bisogni, la partecipazione dal basso”.
Da qui “la polemica con il Pci nella stagione del compromesso storico, l’impegno a fianco dei contadini espropriati per l’ampliamento dell’aeroporto, degli edili disoccupati, con l’obiettivo di coniugare lotte sociali e impegno culturale e politico fuori e all’interno delle istituzioni”.
Insomma, al di là dell’iconografia mediatica il politico Peppino Impastato non solo non è meno rilevante del giornalista Peppino Impastato ma ne è in qualche modo diretta conseguenza.
Diceva Enzo Biagi, “Denunciare è del giornalismo… proporre soluzioni è già politica”.
Peppino era stufo di denunciare. Voleva sedere in consiglio, essere la voce degli operai sfruttati, dei contadini defraudati, dei giovani affamati di futuro e opportunità rubate dal consociativismo e dalle collusioni tra poteri indicibili. Ma che Peppino chiamava per nome e cognome.
Quella notte tra l’8 e il 9 maggio di trent’anni fa Peppino fu intercettato dai “bravi” del sistema lungo quei cento passi che dividevano la sua scelta di legalità dalle origini mafiose della propria famiglia. I servi della borghesia mafiosa inscenarono il suicidio tecnico di un terrorista. Chi lo conosceva rigettò con sdegno l’ultima calunnia.
La campagna elettorale era ancora in corso. La rivolta delle coscienze avviata con l’esempio di una vita fu raccolta come una sfida da quei cittadini che indicarono ugualmente il nome Impastato sulla scheda elettorale. Nel segreto dell’urna Peppino Impastato, la sua idea di politica al servizio degli ultimi, degli invisibili, aveva trionfato.
Le idee di Peppino in questi trent’anni hanno fatto un lungo cammino. Si son mosse sulle gambe della madre Felicia Bartolotta che ha denunciato il sistema mafioso sino all’ultimo respiro. Si son mosse sulle gambe di Giovanni, il fratello strattonato lungo quei cento passi descritti nel film che ha rivelato al mondo la storia degli Impastato. Si son mosse con la meticolosa opera storiografica ed epistemologica di Umberto Santino che è il più profondo conoscitore dell’opera giornalistica e dell’impegno politico di Peppino Impastato.
Son passati trent’anni da quella notte, a Cinisi giungono da tutta Italia per celebrare il forum sociale dell’antimafia dedicato alla memoria di Felicia e Peppino Impastato.
Niente lacrime ragazzi. Solo politica. Buona politica. E non parole in libertà ma libertà di esprimere pensieri ben ponderati in tutta libertà.
Tanta strada c’è da fare. A Palermo è nata Addio Pizzo, vi hanno aderito quattrocento commercianti… su diecimila. La borghesia mafiosa è ancora preponderante. Ma un uomo può fare la differenza, nel giornalismo, come in politica. Un uomo.
Articolo di Pino Finocchiaro
Fonte: articolo21
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martedì 15 aprile 2008
C'era una volta la sinistra...
C’era una volta la sinistra…che combatteva e resisteva, che moriva e non si arrendeva.
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15.4.08
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lunedì 18 febbraio 2008
Stop The War Now!

Nell'anniversario dei 50 anni del simbolo della pace, nato in gran Bretagna il 17 febbraio del 1958, diventato con gli anni simbolo hippie dell'America degli anni '60.
Ne approfittiamo per ricordare tutte le guerre ad oggi nel mondo, si spara e si muore in 29 stati.
Questi conflitti sono costati la vita a circa 5 milioni e mezzo di esseri umani, in nome di cosa... difficile da dire quando si fa guerra.
La guerra oggi è presente:
- Palestina
- Iraq
- Afghanistan
- Kurdistan
- Cecenia
- Georgia
- Algeria
- Ciad
- Darfur
- Costa d'Avorio
- Nigeria
- Somalia
- Uganda
- Burundi
- Congo (R.D.)
- Angola
- Pakistan
- Kashmir
- India
- Sri Lanka
- Nepal
- Birmania
- Indonesia
- Filippine
- Colombia
Perchè?
Sul sito www.peacereporter.net trovate la mappa e tutte le informazioni sulle guerre oggi presenti e l'appello cessate il fuoco.
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18.2.08
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mercoledì 13 febbraio 2008
A volte la guerra uccide di meno
Secondo dati Eurispes, le morti bianche, cioè, morti sul lavoro sono maggiori dei morti della seconda guerra del golfo.
I dati prendono in esame il periodo che va dall’aprile 2003 all’aprile 2007, dove i militari che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre i morti sul lavoro nel nostro Paese sono stati 5.252, dati presi in esame tra il 2003 e il 2007.
Una media di circa 1 incidente ogni 15 lavoratori, 1 morto ogni 8.100 adetti.
Oltretutto chi dovrebbe controllare molto spesso fa parte dei controllati, dunque, non gli importa nulla di sanzionare delle irregolarità, perché dovrebbe auto-denunciarsi.
Le altre cause sono la scarsa padronanza delle macchine, assuefazione ai rischi, banalizzazione dei comportamenti davanti a dei rischi concreti, mancato rispetto delle procedure, aumento dello stress (dovuto a paghe da fame), precarietà del lavoro e soprattutto manutenzione inesistenze.
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13.2.08
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lunedì 5 novembre 2007
Bello, onesto... immigrato!
In questi giorni a seguito degli ultimi fatti di cronaca è entrato ancor più prepotentemente nei dibattiti mediatici il tema della “criminalità straniera”.
Avevo iniziato una ricerca su basi statistiche per affrontare il tema immigrazione-criminalità ma poi leggendo numerose tabelle e dati più o meno ufficiali e più o meno bene interpretati o strumentalizzati ho interrotto le mie ricerche. Il pensiero che mi è sopraggiunto potrà anche sembrare riduttivo o banale a qualcuno ma per me vale la pena scriverlo.
Come premessa vorrei esporre una domanda che spesso mi pongo: perché quando un reato e commesso da un italiano viene introdotto dai media come atto criminale di un delinquente, uno squilibrato, un violento e altri aggettivi del genere; e quando invece è uno straniero a commettere un reato ci viene detto: un romeno, un marocchino, un africano o altre nazionalità???
Credo che i media inducano o meglio provino ad indurre negli utenti, concetti preconfezionati che nei casi di persone in cui gli stessi media rappresentano l’unica forma non solo di informazione ma di educazione culturale vengono interiorizzati e quindi fatti propri senza una vera analisi critica dei fatti.
Personalmente le strumentalizzazioni non mi piacciono per niente e anzi credo che i casi vadano analizzati uno ad uno nelle loro specificità. L’errore più grave infatti è quello di cadere nelle facili generalizzazioni che indicano nient’altro che una ottusa mentalità priva di qualsiasi logica plausibile. Dire che un rumeno ha ucciso una ragazza non significa che i rumeni sono delinquenti. Mi sembra ovvio infatti che è quel rumeno che è un delinquente e non c’è dubbio che debba pagare con il massimo della pena ma non altri rumeni che fanno la propria vita magari anche ben inseriti nella società italiana. Fare rappresaglie sommarie contro romeni del tutto estranei alla vicenda è un atto criminale gratuito.
In Thailandia , ad esempio, sono moltissimi i nostri compatrioti che con uno stipendio mensile medio in italia vivono circa 3 mesi in quel paese approfittando della povertà estrema in cui versano quelle popolazioni comprando prestazioni sessuali da bambine e bambini anche al di sotto dei 10 anni di età.
Ancora, quella italiana è una nazionalità molto diffusa tra “turisti del sesso” in paesi come Brasile e Cuba.
Durante il boom dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti così come in Canada, Venezuela, Argentina, Australia… emigrò anche parte dell’organizzazione italiana più redditizia: “la mafia”.
In queste nazioni “l’italiano” come dovrebbe essere visto???
E’ evidente che la nazionalità della persona è irrilevante e ciò che conta è l’atto compiuto da questa. La pedofilia, il turismo sessuale o la mafia non caratterizzano tutti gli italiani ma quelle persone specifiche.
Volendo fare un esempio più vicino alla comunità senisese, probabilmente molti hanno in famiglia, o tra gli amici, emigrati al Nord o all’estero per motivi di lavoro. I nostri bis-nonni, nonni, padri, zii, fratelli sono emigrati ed emigrano in parte per le stesse motivazioni per cui gli stranieri emigrano in Italia: l’insufficiente retribuzione nei propri paesi d’origine o la totale disoccupazione e mancanza di prospettive professionali e di vita. Tra tutti gli emigrati del Sud ci sono stati anche delinquenti ma probabilmente a qualche nostro onesto compaesano sarà capitato di esser additato come “terrone scansafatiche” o “ladro mafioso”. La riflessione precedente credo sia facilmente e logicamente applicabile in questo caso.
Giudicare le persone in base alla nazionalità è un comportamento che denota solo una triste mancanza di apertura mentale. Infatti non si può distinguere tra rumeni e onesti o marocchini e onesti e così via; ma solo tra ONESTI e DISONESTI di qualunque nazionalità. Gli onesti vanno tutelati e i disonesti condannati.
Per questi motivi analizzare studi statistici mi è risultato incompleto e forse, per questo tipo di ragionamento, anche inutile. Dei dati non possono e non devono (non dovrebbero) portar fuori dalla logica umana e civile.
Si può parlare delle modalità di accesso all’Italia, delle tecniche di inserimento che dovremmo sviluppare, delle strutture di accoglienza insufficienti (di come vengono spesi i soldi pubblici!), del problema della mancanza della certezza della pena… ma non demonizziamo “lo straniero” a priori.
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5.11.07
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mercoledì 20 giugno 2007
Il senisaro
Il Senisaro è un uomo vissuto! Ne ha viste tante, sentite troppe! Vuole solo la salute il senisaro! Non ha aspettative particolari! Ha vissuto nel suo paese finchè a potuto ma poi è dovuto emigrare per lavorare! Spesso a rendere belle altre città!! E' sceso nelle feste, quando ha potuto! E' legato alle sue strade, ai suoi profumi, alla sua storia! Apprezza le piccole cose che Senise offre: la natura, il cibo, la familiarità...! Il senisaro ha famiglia, ragazzi giovani, giovanissimi, ed è preoccupato per loro! Loro rimarrano nel paese fino alla fine degli studi superiori! Ma poi??? Che faranno??? Il senisaro si interroga!!! Come finirà il mio paese?? Che si puo fare?? Lui sta bene! Tutto sommato lavora, ha una bella moglie e figli stupendi, una casa curata, tanti amici..!! Sarebbe peccato lamentarsi... eppure lui è preoccupato! Prova ad immaginare Senise tra 20/25 anni e non capisce come potrebbe essere! Ci sarà Senise?? Si domanda!! Scapperanno tutti?? Gia scappano dice il senisaro! Prova a parlare con gli amici al bar ma tutti gli sembrano così arrendevoli, così fatalisti! Tutti gli indicano il comune come il male supremo! Gli fanno i nomi e cognomi di persone che lui ricorda da ragazzi! Il senisaro è stupito! Perchè li votano se poi si lamentano?? Il senisaro non crede che i politici debbano risolvere le cose! Il senisaro ne ha sentite di storielle politiche e non ha visto molti fatti nel suo paese! Mio padre, mio nonno, mi dicevano le stesse cose! Cento anni fa era uguale l'atteggiameto verso i politici! Allora perchè tutti ripongono tante aspettative sui politici, dice!! Quelli buoni sono rarissimi! Nella sua vita il senisaro non si mai interessato di fare piaceri ai politici per poi riceverne, lui ha solo educato i propri figli dicendo loro che con il sudore e i sacrifici otterranno cio che desiderano... forse! Ma quel forse vale molto! Da quel forse nasce questo blog! Dal forse riusciamo a proporre qualcosa di buono! Anche solo una cosa! Proviamoci!
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Senisaro
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20.6.07
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